Analemma solare in Piazza Grande a Oderzo. Funge da calendario grazie all'ombra proiettata dalla cuspide più alta del Duomo.
Meridiana settecentesca visibile sulla parete sud della chiesa parrocchiale di Piavon di Oderzo. Segna le antiche ore italiche.
Human Sundial in una nuova scuola a Lafayette (Louisiana, USA). Serve l'ombra di una persona per mostrare l'ora esatta.
Vada al diavol colui che inventò l'ore,
e primo pose qui quest'orologio
(Plauto, Boeotia)
Conosco la mia età, posso dichiararla,
ma non ci credo: nessuno si riduce
alla semplice apparenza della sua età
fintantoché gli rimane un po’ di consapevolezza
(Marc Augé)
Pochi mesi fa si è tenuta l'undicesima edizione del premio Luciano Vincenzoni che comprendeva anche un ciclo di proiezioni e discussioni sui film della “Treviso di ieri e di oggi”. Nella serata “Il Trevigiano nello specchio del cinema tra film ed economia” (Museo Bailo, 28/11/2025) gli ospiti erano Fulvio Ervas e Antonio Padovan – rispettivamente autore del romanzo “Finché c'è prosecco c'è speranza” (2010) e regista dell’omonimo film (2017) tratto dal romanzo – e Paolo Feltrin che, chiamato a proporre una lettura e interpretazione in chiave politologica, sociologica e culturale del tema, non ha fatto mancare un’analisi originale e spiazzante, mettendo al centro esemplarmente due film distanti sessantanni l’uno dall’altro: Signore & Signori di Pietro Germi (1965) e Le città di pianura di Francesco Sossai (2025). L'intervento di quella serata è stato rielaborato e ampliato in un breve saggio che comparirà nel numero 11 della rivista Archivio Storico Cenedese in corso di stampa, tra poco nelle librerie e acquistabile on line.
Nei giorni scorsi il film Le città di pianura ha vinto il premio David di Donatello della 71ª edizione 2026 come “miglior film” e, tra altri sette premi conquistati, anche quelli come miglior regia e sceneggiatura originale.

Ci sembra utile “battere il ferro finché è caldo” (come si dice) e proponiamo in anteprima ai nostri lettori – con l’autorizzazione dell’autore e della rivista Archivio Storico Cenedese – il saggio che ha segnalato, oltre allo spessore e alla qualità cinematografica de “Le città di pianura”, anche la forza della sua narrazione e descrizione sociologica e culturale.

di Paolo Feltrin
[...] Signore e signori di Pietro Germi e Le città di pianura di Francesco Sossai possono essere interpretati, al di là delle intenzioni dei registi, come due letture di due momenti di cambiamento nel Veneto, utilizzando la lente del microcosmo trevigiano: il primo, negli anni Sessanta, un attimo prima dell’esplosione del “modello veneto”; il secondo, negli anni Venti del nuovo secolo, racconta gli ultimi fuochi malinconici di quel modello. A fare da sfondo implicito c’è anche un dato materiale: nel 1995, con un PIL pro capite di 30.055 euro[2], il Veneto occupava il 37° posto fra le 244 regioni europee (la classificazione Nuts 2 di Eurostat), una vera “locomotiva”; oggi la regione è scesa all’82° posto, con 34.220 euro pro capite, scendendo di ben 45 posizioni. In meno di una generazione, il “miracolo” si è sgonfiato. Però siamo sempre sopra la media delle 244 regioni europee, la povertà è per certi versi un fenomeno residuale, il futuro non ci riserva la miseria, anzi per certi versi possiamo “decrescere felicemente”. I due film, ciascuno a suo modo, stanno esattamente su questa linea di faglia.
Al centro troviamo due soggetti collettivi, entrambi al tramonto nelle rispettive epoche: la borghesia di paese, erede delle élite ottocentesche d’ancien régime in Signore e signori; la classe operaia di tarda origine contadina in Le città di pianura. E sono anche – non è un dettaglio – due film sulle amicizie maschili, che echeggiano altre storie di fratellanza virile ferita – da Il cacciatore (Michael Cimino) a Il grande Lebowski (fratelli Coen) – trapiantate nella pianura veneta.
Due ulteriori riferimenti bibliografici possono aiutarci a comprendere le diversità tra il lavoro dell’artista e quello dell’analista sociale: «Non pensare, ma guarda!» (Ludwig Wittgenstein, Ricerche filosofiche, § 66) «L’arte non ripete le cose, ma le rende visibili» (Paul Klee, Confessione creatrice e altri scritti, p. 13). Il “senso del Veneto” appartiene largamente a ciò che non si può dire, ma solo mostrare. Camilla Burelli, in un articolo sul Post dedicato a Le città di pianura, ha scritto che «per un veneto il Veneto è una verità che non si può spiegare né trasmettere, ma solo osservare e interiorizzare». Sia Germi che Sossai lavorano esattamente su questo punto: non dicono il Veneto, lo mostrano. Non offrono un saggio sociologico, ma situazioni, personaggi, paesaggi; lasciano che sia lo spettatore a riconoscere l’odore di sacrestia e di osteria, la nebbia industriale e i capannoni abbandonati, le ville e le villette, la laguna intravista e mai davvero raggiunta.
Leggi tutto: Oggi “Le città di pianura” di Sossai, ieri “Signore & Signori” di Germi. Come vivere...

È aperta in questi mesi ad Oderzo fino al 28 giugno 2026 la mostra diffusa "GINA ROMA, pittrice, artista, donna".
Gli allestimenti espositivi sono tre:



«La vicenda artistica ed esistenziale di Gina Roma, che ha attraversato il ‘900, è profondamente legata a Oderzo. Nata a Vazzola, ha vissuto la giovinezza a Treviso, trasferendosi nella stagione finale del secondo conflitto mondiale a Oderzo (1943), la città che è divenuta dimora definitiva; il pendolarismo a Venezia negli anni della formazione e poi degli esordi pittorici, non ha messo in discussione il borgo opitergino come baricentro esistenziale, residenza famigliare, ambito di lavoro e fonte d’ispirazione.
Impegnata nella promozione dell’arte moderna a Oderzo, Gina Roma ha istituito nel 1968 il Circolo Culturale Quattro Cantoni e nel 1987 è stata fondatrice e direttrice di Ca’ Lozzio Incontri. Nel periodo 1986-1993, con lo stesso ruolo, ha presieduto la civica Pinacoteca Alberto Martini avviando la Biennale di Incisione intitolata al grafico opitergino.Nel 1992 in Palazzo Foscolo ha tenuto un’importante mostra antologica curata da Marco Lorandi e nella stessa sede la sua presenza artistica è attestata da una decina di dipinti e di grafiche nella Galleria dell’Arte Contemporanea Opitergina (GAMCO).
Gina Roma è stata una personalità artisticamente riconosciuta e non esclusivamente tra i cultori della figurazione d’avanguardia italiana. Dopo una lunga e attiva vecchiaia, senza mai rinunciare all’impegno pittorico, è scomparsa nella sua casa a Fratta.
Insieme al Museo del Duomo, a Ca’ Lozzio Incontri, la Fondazione Oderzo Cultura la ricorda e la celebra con una mostra diffusa che ha in Palazzo Foscolo la sede espositiva centrale» (oderzocultura.it/gina-roma/).
Scarica la locandina: QUI

Alla Galleria dell'ex Eremo camaldolese di Rua di Feletto, è aperta fino al 19 aprile 2026 una mostra retrospettiva – a un quarantennio dalla morte – di Mario De Tuoni (1910-1986), artista spresianese che, pur restando autonomo dalle principali correnti e dai centri culturali dominanti. ai margini dei circuiti ufficiali, ha nondimeno sviluppato una ricerca coerente, radicata nel territorio e fedele a una visione personale della pittura.
«Il percorso espositivo evidenzia una pratica costante e consapevole, fondata sull’osservazione diretta della realtà. Il paesaggio rappresenta il nucleo centrale della sua produzione: non semplice veduta, ma campo di indagine sulla luce, sulla struttura dello spazio e sui rapporti tonali. De Tuoni costruisce le immagini attraverso un equilibrio misurato, evitando effetti spettacolari e privilegiando una sintesi formale capace di restituire l’essenza visiva dei luoghi.
Accanto al paesaggio, la presenza della figura umana conferma l’interesse dell’artista per la dimensione quotidiana. Le scene sono prive di enfasi narrativa e si concentrano sulla qualità del gesto e sull’armonia compositiva. La figura non domina lo spazio, ma vi si integra con naturalezza, contribuendo all’unità dell’immagine. Anche nelle composizioni dedicate agli oggetti emerge la stessa attenzione strutturale: gli elementi sono organizzati con rigore, studiati nei volumi e nei rapporti di luce, trasformando soggetti comuni in esercizi di precisione pittorica.
Elemento cardine della produzione di De Tuoni è il tonalismo di matrice veneta, assunto come scelta linguistica consapevole. I passaggi cromatici sono calibrati con finezza, costruiti per gradazioni progressive che eliminano contrasti bruschi e favoriscono una visione unitaria. La luce, diffusa e atmosferica, modella le forme attraverso variazioni sottili, rivelando una profonda sintonia con la tradizione pittorica del territorio, riletta in chiave personale e novecentesca.
Particolare rilievo assume la qualità tecnica, evidente sia nella pittura a olio sia nell’acquerello. In entrambe le tecniche De Tuoni dimostra padronanza del mezzo, controllo della materia e freschezza esecutiva. La stesura del colore rivela sicurezza e disciplina, frutto di una pratica continua e di un rapporto diretto con il fare pittorico.
Questa retrospettiva non si limita a ripercorrere un itinerario artistico, ma intende restituire la coerenza di una scelta espressiva coltivata nel tempo con disciplina e convinzione. La mostra intende sottolineare come per Mario De Tuoni la pittura sia stata una presenza imprescindibile, esercitata con dedizione lungo tutto l’arco della vita. Ne emerge il profilo di un artista appartato ma coerente, capace di costruire un linguaggio personale fondato su equilibrio, misura e profonda sensibilità luminosa. (Comunicato-stampa)



Mario De Tuoni nasce a Spresiano nel 1910, in una famiglia di umili origini.
Nel 1934 si diploma con il massimo dei voti alla Scuola di Arti e Mestieri di Fagaré, sotto la guida del maestro Giacomo Caramel, che ne riconosce il talento e lo incoraggia a proseguire gli studi. Grazie al suo sostegno, de Tuoni si iscrive all’Istituto d’Arte di Venezia, dove nel 1938 consegue il diploma in affresco e pittura murale.
Partecipa alle edizioni del 1940 e del 1941 della Mostra d’Arte Trevigiana, iniziando a inserirsi nel fervente panorama artistico trevigiano. Nei primi anni del dopoguerra collabora con il restauratore Gino Borsato ai lavori di restauro e ricostruzione di edifici danneggiati dai bombardamenti. In questo periodo realizza inoltre affreschi e decorazioni murali in diverse chiese della provincia di Treviso, consolidando la propria esperienza tecnica nel campo della pittura murale.
Nel corso della sua vita alterna l’attività artistica al lavoro di disegnatore tecnico industriale e a quello di insegnante di discipline artistiche nei corsi di dopolavoro, mantenendo sempre vivo il legame con la formazione e la trasmissione del sapere.
Intorno alla fine degli anni Cinquanta, grazie al suo impegno e a quello dell’amico artista Lino De Adamo, nasce il Gruppo Artisti Spresianesi (G.A.S.), realtà tuttora attiva e significativa per la vita culturale e artistica del territorio.
Nel corso della sua carriera espose in numerose mostre personali e collettive.
Hanno scritto di lui, tra gli altri, Luigina Bortolatto, Ottorino Stefani, Giuliano Simionato, Lino Epifani, Pier Luigi Beltrame e Vittoria Magno.
Mario De Tuoni muore a Spresiano nel 1986.
Nel 1990 alcune sue opere sono presenti alla mostra Pittura a Treviso tra le due guerre, curata da Marco Goldin nelle sale di Palazzo Sarcinelli a Conegliano, che contribuisce a collocare il suo lavoro nel contesto storico-artistico trevigiano accanto ai grandi nomi quali Arturo Martini, Gino Rossi, Juti Ravenna e Giovanni Barbisan.
La sua produzione, che comprende circa mille opere tra dipinti a olio e acquerelli, è stata archiviata grazie al lavoro della dott.ssa Paola Barbon e del figlio Luigi.
Le sue opere sono presenti in collezioni pubbliche e private.
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Dino Costariol era nato a Oderzo, il 31 ottobre del 1925. Morirà, quarantaquattrenne, nel 1970 colpito da un cancro al rene. Ad un secolo dalla sua nascita, sulla scorta delle note biografiche preparate da Mario Costariol, suo figlio, ne proponiamo un ampio ricordo.

Dino Costariol nasce a Oderzo il 31 ottobre 1925 in Via Garibaldi, a pochi passi dalla stazione dei treni. In paese frequenterà le scuole fino alla maturità scientifica conseguita nel 1944 al Collegio Brandolini.
L'università in tempo di guerra, il tirocinio medico e la laurea
Nello stesso anno si iscrive alla facoltà di medicina di Padova, allora diretta dal professor Egidio Meneghetti[1] che fu suo insegnante di Farmacologia, esame che Dino ricorderà spesso negli anni futuri come il più ostico di tutto il suo percorso universitario.
La guerra era ancora in corso e il Veneto era sotto occupazione tedesca. Viene, quindi, contemporaneamente arruolato per il servizio militare, ma essendo studente universitario gli vengono affidati solo compiti d’ufficio in una caserma poco distante da Treviso, potendo così godere di numerosi permessi per motivi di studio.
Nel 1949, su consiglio del professor Cesare Ambrosetto[2] di San Polo di Piave che in quel periodo insegnava all’Università Statale di Milano, passa dall’università patavina a Milano per completare gli studi di medicina. Per potersi trasferire a Milano - causa le stringenti regole di quel periodo - dovrà prima portare la residenza ad Alessandria, presso la famiglia della fidanzata Monica Gallia, che nel 1953 diventerà sua moglie.
In quegli anni, prima ancora di laurearsi, esercita da tirocinante presso l’Ospedale Civile di Treviso nel reparto di Ostetricia e Ginecologia, allora diretto dal prof. Candiani. Nel luglio 1951 si laurea in medicina e chirurgia a Milano. Dopo la laurea si iscrive al corso specialistico di Ostetricia e Ginecologia presso l’Università di Torino, diretto dal professor Giuseppe Delle Piane[3], dove nel 1954 ottiene il diploma di specializzazione.
Durante gli studi si dedica con entusiasmo all’impegno sociale partecipando attivamente alle iniziative della F.U.C.I.[4] (Federazione Universitaria Cattolica Italiana) durante gli anni difficili del primo dopoguerra, e trova tempo anche per le sue due passioni: la bicicletta e la montagna. A cui si aggiungerà in seguito quella per l’arte e in particolare la pittura. La bicicletta intesa come sport, come mezzo di trasporto per recarsi a Padova a frequentare le lezioni universitarie, e soprattutto come utile strumento per raggiungere le montagne bellunesi per le gite con gli amici, scalare sulle due ruote qualche passo dolomitico, dormire in un tabià[5] di fortuna e tornare a casa nel giro di 24 o al massimo 48 ore.
Una speranza del ciclismo finita sul nascere...
Per quanto riguarda lo sport, suo padre gli regala una bicicletta da corsa con la raccomandazione però di non usarla per partecipare a competizioni ciclistiche. Dino disobbedisce e si iscrive a una corsa in linea organizzata in un paese vicino, commettendo l’errore di arrivare secondo, cosa che gli costò la pubblicazione del suo nome sul Gazzettino che riportava l’ordine d’arrivo. Suo papà scoprì la disobbedienza leggendo il giornale e gli disse: «partecipa ancora una volta a una gara di ciclismo e ti vendo la bicicletta!». Fu in quel momento che la sua carriera da corridore si chiuse anzitempo.
L'attività ospedaliera e le condotte mediche
Subito dopo la laurea, Dino viene assunto presso l’Ospedale Civile di Sacile dove lavora nel reparto di Chirurgia diretto dal prof. Rebustello, con il compito di avviare un servizio di Ostetricia e Ginecologia.
Nel 1953 passa all’Ospedale Civile di Oderzo, nella Chirurgia diretta dal prof. Zarattini, e anche qui, oltre ad operare, avvia il primo servizio di Ostetricia e Ginecologia, che fino ad allora non esisteva in quanto tutti i bambini nascevano in casa, e così sarebbe stato ancora per un paio di decenni.
Nel 1954, su consiglio del primario Zarattini, viene assegnato alla condotta di Cimadolmo, che era rimasta senza medico. La cosa che Dino ricordava spesso della sua breve esperienza a Cimadolmo erano le visite notturne per urgenze e per i parti nelle grave del Piave allagate, oppure coperte di neve. Teneva gli stivali di gomma sempre pronti nella Topolino e, spesso, l’ultimo tratto per raggiungere la casa del malato o della partoriente doveva farlo con la barca che lo veniva a prendere per traghettare uno dei rami del fiume. A quei tempi i due lunghi ponti sul Piave non erano ancora stati costruiti.
Una fredda notte d’inverno, rientrando da un parto proprio nelle grave, dove aveva dovuto raggiungere a piedi la casa della partoriente, invece di lamentarsi della nottata trascorsa al lavoro e della camminata fuori programma, disse alla moglie che lo aspettava: «vedessi che bello il Piave con la neve e con la luna che lo illuminava!». Era il suo carattere: sempre solare, sorridente e positivo, anche nei momenti più complicati.
La condotta di Fontanelle
Nel 1955, a seguito della morte improvvisa del dottor Contri, va a concorso la Condotta di Fontanelle (da sempre il sogno di Dino, che fin da bimbo seguiva qui il padre che vi amministrava molti terreni agricoli di proprietà dei fratelli Berti) e vince il concorso pubblico per la posizione. Si trasferisce perciò da Cimadolmo a Fontanelle.
La prima abitazione gli viene fornita dal Comune: per i primi mesi erano solo due stanze (ambulatorio e cucina, perché il resto della casa era ancora abitata dalla famiglia del medico appena scomparso) nell’allora casa comunale in Via Roma – quella proprio di fronte all’attuale pasticceria Fabris – e una camera senza bagno e senza acqua, come la maggioranza delle case in quel tempo, a Lutrano presso la signora Zoia.
A Fontanelle fu subito apprezzato per l’impegno, la competenza e la grande disponibilità nei confronti di tutti i pazienti, soprattutto di quelli più bisognosi.
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